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Per sempre |
Due guizzi argentei, lasciati lì, su di un lavello, come noi, quando ci siamo detti “.. stiamo”..; poi, con mano ferma, ma leggera, ci siamo lasciati togliere di dosso tutte le squame, dure e lucide, facendoci scorrere sul corpo acqua fresca, copiosa, capace di cambiarci. Da chi sapeva bene come fare e senza averne paura ci siamo svuotati delle inutili viscere in cui si erano accumulati scarti, come storie inutili, frasi di circostanza e assurdi dileggi. Abbracciati, vicini, stretti in un rettangolo metallico, siamo scivolati nel calore, non forte ma caparbio, che ci ha fatto assorbire il sale della vita, un po’ pepato dalle esperienze e ci sono scivolate sopra foglie di un precoce autunno di vigoroso rinnovamento, foglie dai nomi comuni come basilico e rosmarino, o leggendari come serpillo o dragoncello. Nel calore che ci rendeva sempre più fragili, abbiamo trovato la rinnovata forza, di accogliere fra noi anelli di porro dalle orbite concentriche, e polipetti dalle vuote orbite a fissarci mentre le nostre, di orbite, erano solo una inanellata in quella dell’altro. Vino, a profusione ad inebriarci dandoci quella nuova direzione che solo un leggero annebbiamento dà la forza di rincorrere, insieme a qualche piccola rotondità di Pachino, o Vittoria. Di nuovo all’aperto, abbiamo avuto l’ardimento di lasciarci togliere la pelle, incidere le carni, sino ad essere di nuovo i noi di un tempo, due guizzi, divenuti lattescenti, ma sempre noi, vicini, su di un lavello.